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from Andriǎs

Wen̄ ein Napf Schoko-Pu∂∂inɡ ſo anɡeloͤffelt iſt, ∂aſs ∂as Veꝛbleiben∂e ɡera∂e eben eine beſon∂eꝛs ſchoͤne Wellen‚lan∂ſchaft‘ ʒu bil∂en ɡekom̅en iſt, ſtelle ich ihn wie∂eꝛ in ∂en Kuͤhlſchrank – ſoɡaꝛ von einem Telleꝛ wie∂eꝛ ʒuɡe∂eckt.

 
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from Andriǎs

Waꝛum haben ∂ie heutigen Herren ſo ſchlechte Voͤlkeꝛ – ∂ie nichts mehꝛ heꝛvoꝛbringen?! Teilen ∂och mehꝛ ‚Haben‘ aus als fruͤhere Fuͤꝛſten … — (Aw.:) Sie ſin∂ mit ∂en falſchen Schutȥgeiſteꝛn im Bun∂e.

 
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Woke

agg. Detto di chi si sente consapevole dell’ingiustizia rappresentata da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualunque manifestazione di discriminazione verso i meno protetti; usato anche come s. f. e m. inv. | (iron.) Persona che, esibendo il proprio orientamento politico progressista o anticonformista, ha un atteggiamento rigido o sprezzante verso chi non condivide le sue idee. (Enciclopedia Treccani)

La cultura woke è stata molto criticata anche a sinistra. Le sinistre liberali hanno messo in discussione la formulazione vittimistica di minoranze politicizzate e orgogliose della propria identità: queste minoranze fastidiose mettevano in discussione i contenuti tradizionali e i ruoli di genere al riparo dei quali tutta l’èlite di giornalisti, baroni universitari e politici si è comodamente seduta. Del woke da queste sponde si attacca il linguaggio inclusivo ritenuto non canonico, idealizzando una lingua immutabile e nobile che non esiste nella realtà. La critica si estende al riconoscimento nelle università e nei luoghi di lavoro di identità che un tempo erano oggetto di bullismo e oggi si pensa abbiano assunto troppa centralità nel discorso pubblico, che dovrebbe proseguire immutato nei soliti tristi binarismi di genere.

Anche le sinistre rivoluzionarie attaccano pesantemente l’immaginario woke, ritenuto figlio di un pensiero debole, sovrastrutturale, incapace di affrontare i temi veri dello sfruttamento salariale, del conflitto di classe, della rovina della civilizzazione industriale tecnoscientifica etc. È molto istruttiva a riguardo, la ripresa da parte di alcuni gruppi anarchici di una parabola di Theodore W. Kaczynski. Noto al grande pubblico come Unabomber, Kaczynsky scrisse un breve racconto intitolato “La nave dei folli”, (https://www.finimondo.org/library/la-nave-dei-folli-589) racconto nel quale si mettono in discussione tutte le priorità dei movimenti, ritenute secondarie rispetto alla deriva della società industrializzata.

Se la nave è diretta verso l’abisso, questa è la metafora di Unabomber, è inutile e dannoso interessarsi di buoni pasti durante il viaggio, del fatto che non si trattino male gli animali presenti nella imbarcazione, e così via. Tutte queste cose distraggono dal vero obiettivo, che è quello di invertire la rotta, tornano alla società pre industriale agognata da Ted Kaczynski. Questo racconto esprime molto bene la contrarietà di alcuni gruppi rivoluzionari alle pratiche intersezionali, proprie dei movimenti transfemministi, di contrasto del sistema patriarcale e capitalista di dominio in ogni sua sfaccettatura. Anche qui, come nella cultura della totalità hegelo marxista, viene criticata ogni deviazione dall’obiettivo finalistico, quello del rovesciamento del modo di produzione della società borghese.

Unabomber non ha certo a cuore le fabbriche come i marxisti, ma l’idea è la stessa: preoccupatevi delle cose serie e non delle fregnacce come il gender, l’ambientalismo, il linguaggio politicamente corretto e così via. Questa impostazione ha portato ad altre derive ancora più gravi, di attacco diretto alla separazione tra sesso e genere, virando su un immaginario transfobico, oltre che tecnofobo. È importante leggere i frammenti per quello che sono, pezzi di realtà, e non parti di un Tutto chiuso e inalterabile, a cui si dà nome di Modo di Produzione, Natura, Vita umana, etc. Il dominio si diffonde su una scala piuttosto diversificata di dispositivi e coinvolge determinate questioni: linguaggio, modifica dei corpi, estensione delle proprie capacità di intervenire nella vita quotidiana.

Se la nave dei folli venisse guidata da un gruppo di preti impazziti che buttassero a mare tutte le donne presenti sull’imbarcazione, avremmo comunque lo stesso esito disastroso, anche prima del naufragio sugli scogli del progresso, per restare nella metafora di Unabomber. Vale la pena occuparsi della realtà delle passioni e dei desideri di liberazione di tuttә, senza lasciarsi irretire dai fantasmi della dialettica o della essenzializzazione di alcuni tratti della vita sulla terra e delle singolarità che la abitano.

 
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Spontaneismo

s. m. [der. di spontaneo]. – Propr., carattere di ciò che è spontaneo. In partic., nel linguaggio politico e sindacale del primo Novecento, la concezione e la prassi rivoluzionaria che afferma la priorità delle forme di lotta emergenti spontaneamente dalle masse rispetto alle direttive dei partiti e dei sindacati, ritenuti incapaci, in quanto organizzazioni burocratiche e centralizzate, di interpretare e dirigere efficacemente le spinte provenienti dalle classi lavoratrici e popolari; originariamente usato in senso polemico da Lenin per indicare una corrente del partito socialdemocratico russo, dopo la rivoluzione d’ottobre il termine è stato riferito a formazioni e movimenti che, partendo da varie posizioni ideologiche, hanno inteso contrapporsi al processo di istituzionalizzazione e burocratizzazione sia dei partiti comunisti del blocco sovietico sia, spec. a partire dagli anni Sessanta, di quelli europei: lo s. dei gruppi socialdemocratici russi del primo Novecento; la condanna leninista dello s.; lo s. dei movimenti studenteschi del 1968, di alcune formazioni della sinistra extraparlamentare. (Enciclopedia Treccani)

Il fantasma dello spontaneismo ha aleggiato per tutta la durata del conflitto messo in campo dal movimento operaio tramite le sue organizzazioni di vario tipo. La critica a una organizzazione rivoluzionaria non strutturata, episodica, si è basata su una idea non sempre resa esplicita: la conformazione del partito in aderenza mimetica alla forma di produzione egemone nella specifica fase storica. Più chiaramente: se la grande fabbrica della produzione fordista diventa il centro dello sviluppo del capitalismo, allora il partito comunista sarà l’immagine rovesciata della fabbrica, con i suoi dirigenti, i suoi quadri, i suoi militanti-operai da cui estrarre plusvalore politico. Ci sarà un brand, un programma di sviluppo, una serie di piani di produzione e di vendita per il consenso delle masse.

Nella fase successiva all’espansione massima del capitalismo keynesiano, quella della creazione della produzione just in time, del toyotismo, della fabbrica senza accumulo di scorte, arriva la crisi del partito che si era mimetizzato nel suo avversario-modello. Nascono anche delle teorizzazioni su come avrebbe dovuto adeguarsi la prassi politica antagonista in questa fase segnata dalla nascita dei network e dalla produzione reticolare, dall’importanza dei flussi e dei simboli nell’accumulazione di capitale. Si è dunque immaginato un modello di rete antagonista diffusa sui territori, di autonomia molecolare, e così via.

Tutte queste esperienze hanno avuto pregi e difetti, ma si sono confrontate con l’accusa di spontaneismo da parte di chi pensava che l’organizzazione politica dovesse essere portata avanti ancora mediante il precedente mimetismo dell’era della grande fabbrica. Tutti i naturali insuccessi dello scontro politico nella fase della globalizzazione, dal periodo di Seattle 1999 ai controvertici al periodo no global, sono stati giustificati dall’assenza della vecchia strutturazione capillare e verticistica, criticando come spontaneisti i movimenti di contestazione, incapaci di reggere lo scontro con il moloch capitalista. Si è riproposto su basi nuove tutto l’armamentario polemico che già Lenin aveva immaginato nel periodo di formazione del partito bolscevico, succeduto dalla critica al sindacalismo rivoluzionario e alle organizzazioni informali.

Che cosa resta oggi dello spontaneismo quando la fragilità dei movimenti e la difficoltà di tenuta delle persone militanti di fronte alla repressione richiama un plus di organizzazione e di progettualità collettiva? Come si diceva, lo spontaneismo novecentesco si è ibridato con le nuove formazioni politiche del nuovo millennio, rinascendo come alter-ego della fabbrica diffusa reticolare. Questo isomorfismo ha avuto grandi limiti perché si basava sullo stesso dispositivo meccanicista della supremazia del momento economico, a cui tutte le varie peculiarità devono essere sottomesse e orientate. Lo spontaneismo deve essere oggi sganciato totalmente da questo dominio del pensiero dell’homo oeconomicus, della funzione dominante e totalizzante che fa del mondo un lago da cui estrarre in maniera indifferenziata del plusvalore per reggere alle crisi determinate dalla concorrenza.

Gli e le zapatiste hanno lanciato una visione alternativa di modello organizzativo che recuperasse tradizioni ancestrali, situate in percorsi lenti di crescita, sfuggenti allo scontro diretto, plurali, sotto lo slogan per un mondo che contenga molti mondi. Il subcomandante Marcos si toglieva i passamontagna fino a mostrare che sotto non c’era più nulla, nessuna figura di leader indiscutibile che avrebbe dato ordini, che sarebbero saliti invece da un processo comunitario di elaborazione dal basso. Tutta la storia del movimento zapatista è stata aspramente criticata per aver derubricato la presa del potere, ma ha messo in luce dei fattori di emancipazione che erano restati ai margini nel discorso occidentale. Grazie alla generosità di questo percorso, così come in parallelo possiamo dire parimenti della esperienza delle donne curde, si sono poste le basi di nuove idee e pratiche di liberazione che possano parlare al futuro.

Spontaneismo può essere dunque immaginazione, riscoperta del passato, tensione al futuro togliendo i pesi dell’ortodossia del passato. Nuove avventure aspettano nuovi mondi da attraversare.

 
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Individualismo

Ogni dottrina etica, sociale o politica che ponga a suo fondamento i diritti dell'individuo. In senso peggiorativo, la tendenza a far prevalere in modo eccessivo gli interessi individuali su quelli collettivi. (Enciclopedia Treccani)

La critica all’individualismo ha trovato corso agli inizi del movimento operaio nella contrapposizione tra le teorie del socialismo declinate in senso collettivista o comunitario e quelle anarchiche che portavano agli estremi le basi delle idee liberali di sviluppo libero dell’individuo e di riduzione delle prerogative statali nei suoi confronti. Più recentemente, la critica si è soffermata sulla figura dell’individualismo “proprietario” ovvero di quella figura ultra borghese che cerca godere in una società fortemente diseguale, come quella neoliberale, esclusivamente delle proprie prerogative.

Focalizzandomi sul termine individuo vorrei detournarlo al di là della sua connotazione limitata alla specie umana. Nel corso della storia della filosofia si è sempre discusso in termini prevalentemente apologetici delle caratteristiche essenziali di superiorità della nostra specie su tutte le altre. L’anima, il linguaggio, la capacità di avere una coscienza e una consapevolezza storica di sé: queste e altre caratteristiche sono state portate a fondamento di una separazione che oggi constatiamo essere operativa nella realtà del dominio sulle altre specie e incarnata nel linguaggio che separa gli “animali” da un lato e gli Uomini dall’altro in una dicotomia “essenzializzata”, resa filosoficamente binaria. Per quanto gli studi di Darwin abbiano dimostrato la discendenza della nostra specie da una linea evolutiva animale mista, tutt’oggi questa separazione viene ancora ritenuta giustificata da alcune caratteristiche intrinseche dell’umano.

Gli “uomini” sono ancora ritenuti superiori agli “animali”, non più per le vecchie teorie religiose creazioniste, ma con un persistente dogma di superiorità su cui peraltro si fonda la nostra cultura. Dalla filosofia di Cartesio si rende operativa una differenza radicale tra l’uomo che pensa e l’animale-macchina senza anima, mentre dalle successive elaborazioni ideologiche si propone una superiorità basata sull’uso del linguaggio, della parola, che si delinea in opposizione alle “bestie”: non dialoganti e quindi inferiori. Lo sviluppo delle scienze naturalistiche ed etologiche ci presenta oggi un quadro più complesso, attento nello scoprire le enormi ricchezze delle emozioni animali, del loro specifico linguaggio e della complessità delle loro differenze.

Resta tuttavia ben presente il fantasma della superiorità dell’umano, fantasma che possiamo declinare e cercarlo in una differenza specifica: è quella peculiarità umana che si manifesta in modo sempre più evidente davanti ai nostri occhi nella crisi climatica: “Con queste precisazioni possiamo ora porci la domanda decisiva che induce alla ricerca dello specifico dell’umano. L’ordine di zoè, seppur dinamico e soggetto a continue trasformazioni, non è mai stato definitivamente perturbato dall’attività di alcuna specie particolare. Se le cinque estinzioni di massa avvenute sulla Terra si sono manifestate senza mai trovare un responsabile interno alla rete trofica, dobbiamo chiederci come sia possibile che una specie apparsa duecentomila anni fa abbia potuto influire così tanto sul pianeta Terra, sui depositi geologici, sulla distruzione della biodiversità, sulla modificazione dei componenti dell’atmosfera. La specie umana in soli duecentomila anni (ma in pratica soltanto negli ultimi due secoli) ha sostituito circa la metà della biomassa del pianeta (dunque, della vita) con manufatti e con materiale inerte (dunque cancellandola). Proprio in questo consiste lo specifico dell’umano” [A.Sottofattori, Liberazione animale, Liberazioni n.54, p.26].

La specie umana è chiamata oggi urgentemente a riconoscere questo tratto distruttivo della sua storia, dando spazio alla possibilità, oggi pesantemente urgente, che la dinamica che ha operato per duecentomila anni in modo lineare possa essere interrotta e si possa invertire la direzione verso una convivenza della nostra specie assieme agli altri animali ed alla Terra in modo da non superare la “capacità portante”: “Una specie colonizzando un territorio, tende a crescere rapidamente approfittando delle abbondanti risorse offerte. In seguito alla pressione così generata, si osserva sempre un riequilibrio determinato dal sovraffollamento e dalla riduzione delle risorse vitali. Il ridimensionamento si stabilizza intorno al valore K con il quale si indica, appunto, la capacità portante: la numerosità di una determinata specie rispetto all’ambiente che la ospita.

Vi sono diversi modelli matematici per il calcolo di K, il primo dei quali è stato messo a punto dallo statistico belga Pierre Francois Verhulst” [A.Sottofattori, ivi, p.27]. A partire dalla domesticazione di alcuni animali, costruite le prime città-stato con la comparsa delle economie stanziali e delle guerre, fino alla creazione della mostruosità dei macelli industriali e degli allevamenti intensivi, non c’è stato un riconoscimento tra gli uomini e gli altri animali, così come non c’è stato e non c’è, all’interno della stessa specie umana, tra i colonizzatori e i colonizzati di ogni epoca storica: a prevalere è il processo di dominio, razzializzazione, uso della tecnologia ai fini dello sfruttamento e dello sterminio. Questo processo potremmo chiamarlo anche di “animalizzazione”, perché all’interno e all’esterno dell’umano, la soglia dell’animalità è sempre stata percepita come l’inizio della possibilità di rendere oggetto di dominio l’altrə.

Questo processo viene messo in pratica dai grandi sistemi di oppressione quali il capitalismo o il patriarcato: la norma sacrificale ha sempre visto gli animali come destinati a soccombere naturalmente in quanto inferiori. Lo specismo, dunque, opera sia come giustificazione ideologica del dominio umano che come macchina di smembramento dei corpi animali, in un insieme di dispositivi e di pratiche molto complesse che oggi costituiscono la cornice entro la quale si compongono le società nelle loro fasi produttive e riproduttive. Nei numeri di questa breve esposizione cercherò di proporre la genealogia di un determinato soggetto oppresso, detournando il femminismo di Carla Lonzi: l’inizio di ogni rivoluzione porta con sé sulla scena l’apparizione di un’ospite inattesa, una presenza imprevista che rompe l’idillio del continuum spazio-temporale dello sfruttamento infinito.

Oggi siamo arrivatə alla consapevolezza come questo tempo non sia realmente infinito: il pianeta sta per implodere, le élite immaginano un futuro distopico di isole di sopravvivenza per ultraricchi mentre tutto il reso del vivente affonda. Un altro futuro possibile ci parla invece di un pianeta dove ci sia spazio per tuttə le singolarità.

 
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Frazionismo

s. m. [der. di frazione]. – Tendenza a creare scissioni in seno a un partito politico. (Enciclopedia Treccani)

Il frazionismo è una delle accuse più stabilmente ripetute nella storia della sinistra. Si punta sempre il dito contro le eterne divisioni nel campo progressista, foriere di sconfitte elettorali farsesche o drammatiche. Il PCI storicamente ha rappresentato il corpo centrale da cui uscire significava ricevere la scomunica, la pena di essere irrilevanti, extraparlamentari, fare il gioco del Nemico. Eppure è stato proprio il PCI a inaugurare la grande tradizione di scissioni del movimento operaio, perché l’epurazione delle correnti moderate del PSI chiesta da Lenin ai dirigenti italiani si trasformò nella creazione di un partito nuovo e contrapposto a quello originario.

Antonio Gramsci, padre spirituale della sinistra anche al giorno d’oggi, parlò appunto di questo “spirito di scissione” positivo, nel creare un cuneo di compattezza rivoluzionaria atto a replicare l’esperienza bolscevica di presa del potere. Gramsci poi sviluppò in carcere tutta una architettura teorica molto più sfumata e originale rispetto alla presa del potere, ma il punto di partenza sul frazionismo e la frase ad effetto sono sue, nonostante generazioni di gramsciani avrebbero accusato di frazionismo altre correnti comuniste nei decenni successivi.

Il frazionismo ha bisogno di una concezione di Partito-Chiesa, del centralismo democratico, entro le cui stanze chiuse vanno fatte le discussioni, per poi applicarle all’esterno come la volontà di un sol uomo. Così come la chiesa cattolica aveva riunificato tutte le scuole religiose sotto il dettato di un solo uomo-rappresentante di Dio in terra, tacciando di eresia chi non si sottomettesse alla sua parola, così nel marxismo-leninismo si è arrivatә alla insindacabilità della sintesi espressa dal segretario generale, che faceva riferimento a quello di Mosca, anche se sotto il suo regno del Terrore questi poteva ordinare la morte di migliaia di persone.

Il frazionismo può essere invocato anche in gruppi differenti, con diverse strutturazioni, anche più fluide e meno verticistiche del partito comunista classico. Anche qui può significare totem di scomunica, elemento di stop alle fughe in avanti, alle divergenze, alle deviazioni da una linea che si è costruita collettivamente o sotto l’impulso di un leader carismatico. Arrivo così al punto: il frazionismo può essere necessario quando la teoria si è riversa su se stessa, l’organizzazione si è resa inerte e burocratizzata, incapace di pensare a nulla, a nessun passo in avanti, se non nella auto perpetuazione della propria struttura.

Così è avvenuto nel Novecento per le grandi scissioni nelle varie frazioni o chiese del movimento operaio. Fughe dall’anarchismo di sintesi o sociale, dall’anarchismo collettivista, fughe dal marxismo-leninismo: nascita delle frazioni insuerrezionaliste, trotzkiste, individualiste, etc. Due grosse scissioni novecentesche mi sembrano particolarmente significative, perché hanno operato un dispositivo potente di rottura le cui eco si riverberano ancora oggi a decenni di distanza dai loro esordi. La prima rottura è quella del situazionismo, che nasce in Francia negli anni ‘50 e si sviluppa nel decennio successivo.

Chi leggesse il testo cardine di Guy Debord “La società dello spettacolo” ci troverebbe degli elementi esplosivi che misero in discussione tutte le fondamenta riconosciute della sinistra rivoluzionaria dell’epoca. Lungi dall’essere un libro sui media, sulla televisione, come si dice volgarmente nel dibattito politico attuale, La società dello spettacolo parte da una considerazione molto precisa, dirompente per quegli anni della guerra fredda e dello scontro Est-Ovest: entrambi i modi di produzione, sia quello capitalista occidentale che quello marxista sovietico, sono gestiti dall’asservimento al Capitale, che oggi si presenta nella forma più estrema di immagine, nel punto più alto di accumulazione e di sviluppo. Se nel capitalismo lo spettacolo è diffuso, nel comunismo realizzato il capitale-spettacolo è concentrato. L’opposizione tra la pluralità delle imprese private in concorrenza tra loro e l’economia pianificata nel piano quinquennale, è sostanzialmente fittizia. A questa analisi scioccante Debord aggiungeva una proposta politica fondata su un sistema politico consiliare internazionale, che riprendeva i filoni del socialismo non statualista. La grande scommessa del situazionismo non ebbe mai grandi riverberi diretti, ma si può dire che le sue intuizioni furono non solo profetiche, perché solo dopo tre decenni si sarebbe vista l’unificazione globale dei sistemi di produzione nell’attuale capitalismo postfordista globalizzato, ma furono anche seminali di tantissime pratiche sovversive diffuse in ogni dove.

La seconda rottura, anch’essa rivolta in modo potente nei confronti della chiesa marxista, è quella del femminismo italiano che possiamo leggere nell’opera di Carla Lonzi. Nel testo Sputiamo su Hegel, Lonzi mette la dinamite sotto tutti i bastioni della filosofia occidentale, denunciandola per quello che miseramente si rivela essere: un soliloquio di maschi bianchi, difensori del sistema patriarcale. Alla sinistra rivoluzionaria in pieno fermento viene detta una cosa sgradevole: noi donne non aspetteremo la nostra liberazione dopo la presa del potere, rimandandola all’avvento del socialismo. Il movimento femminista dovrà fare la sua battaglia in piena autonomia. Grandissima frattura questa, che provocò varie scissioni interne ai gruppi della sinistra extraparlamentare dell’epoca.

Questi due esempi di frazionismo ci parlano dell’esigenza di far saltare all’aria tutte le incrostature conservatrici e reazionarie di pensieri e pratiche che un tempo avevano rappresentato l’avanguardia dei movimenti rivoluzionari. Se non ci fosse stata questa attitudine di rottura, la palude teorica e politica si sarebbe perpetuata.

 
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Eclettismo

(raro ecclettismo) s. m. [der. di eclettico]. – 1. Atteggiamento di pensiero che sceglie e accetta dai varî sistemi filosofici alcune dottrine, e le coordina armonicamente; anche, la scuola filosofica che segue il metodo eclettico. 2. Nelle arti figurative, la tendenza a ispirarsi a fonti diverse, accogliendo da ciascuna gli elementi ritenuti migliori (il termine fu dapprima usato per definire la pittura dei Carracci, il cui ideale era rappresentato dalla fusione armonica del disegno di Raffaello, del colore veneto, del chiaroscuro del Correggio). E. architettonico, con preciso riferimento all’architettura della seconda metà del sec. 19°, la combinazione nello stesso edificio di elementi tratti da varî stili storici. 3. Con uso estens., l’atteggiamento o il comportamento di chi, in qualsiasi campo di attività, o in aspetti della vita culturale o anche della vita quotidiana, non segue rigorosamente un indirizzo o metodo singolo, ma fonde indirizzi e metodi diversi. (Enciclopedia Treccani)

Nel pensiero marxista l’epiteto di eclettismo ha sempre configurato l’antitesi di quella che sarebbe dovuta essere una concezione corretta, dialettica, della realtà. Il marxismo si sviluppa infatti in una temperie culturale che unisce lo scientismo positivista all’utilizzo del pensiero hegeliano di dialettica e di processo del pensiero-realtà di tesi, antitesi e sintesi, nonché di risoluzione del finito nell’infinito ed altre speculazioni teologiche. Ancorati a questi capisaldi, i grandi teorici marxisti del novecento declinano le assi marxiane (lotta di classe, materialismo storico, teoria del valore lavoro etc) dentro il concetto di totalità. Il concetto di totalità nasce dall’unione di una filosofia fondata dalle intuizioni hegeliane e riversata sulle teorie economicistiche estreme per cui un modo di produzione determinava in ultima istanza i comportamenti della sovrastruttura, della cultura, della ideologia degli esseri umani.

Questo mondo nel quale si affrontavano nella lotta di classe i grandi soggetti storici, andava considerato nel suo insieme, un insieme che si muoveva con le sue leggi naturali di sviluppo lineare e progressivo, del guscio dei mezzi di produzione che si sarebbe schiuso quando sarebbero emerse le nuove vincenti forze produttive, realizzando così il socialismo, appunto, “scientifico”. Fuori da tutto questo congegno mentale non poteva esserci nulla, per cui tutto uno sviluppo parziale e fondato su altri presupposti, in qualunque campo della produzione intellettuale, poteva essere bollato di inadeguatezza rispetto alle sacre fonti testuali di Karl Marx e Friederich Engels e loro epigoni.

Un abbozzo di concatenamento di più teorie deviazionistiche veniva dunque bollato come eclettismo. Un mix di fonti apocrife, incapace e impossibilitato a leggere la realtà e dunque a trasformarla. Al di fuori della Totalità non c’è realtà, al di fuori della chiesa nessuna salvezza. Quando la filosofia moderna comincia a mettere in discussione i sofismi hegeliani della dialettica, con il martello di Nietzsche, raccolto da Foucault e Deleuze, assistiamo alla prima vera grande crisi del marxismo, che cerca di rinnovarsi attraverso il concatenamento con altre teorie, siano il neo-kantismo oppure lo strutturalismo, fino ad altri audaci innesti.

Oggi, invece, quando la riscoperta di alcune intuizioni di Marx viene trattata come un miracolo e spacciata come un principio prezioso per ricostruire una teoria marxista adeguata ai tempi contemporanei, in assenza di teorie forti a cui appoggiarsi (siamo pur sempre nel periodo post-tutto per qualche motivo inerente alla realtà e non alla debolezza intrinseca dei filosofi) allora eccoci che rispunta il marxismo classico, quello delle fonti hegeliane, pronto a bollare come eclettismo qualsiasi altra coraggiosa sistemazione teorica.

Toni Negri ha compiuto l’ultimo tentativo di rinnovamento della teoria marxista. Negri è stato uno dei marxisti italiani più brillanti ed eterodossi del Novecento e questo è stato possibile perché ha iniziato il suo percorso intellettuale e politico nel primo operaismo, quello di Raniero Panzieri e Mario Tronti. In due righe sintetizzare cosa sia stato l'operaismo italiano degli anni '60 è impossibile, però se lo devo mettere qui come slogan posso ricordare l'articolo “Lenin in Inghilterra” di Tronti, per cui le lotte operaie sarebbero dovute essere più efficaci nel punto più alto di sviluppo del capitalismo, l'apertura nietzschiana della classe operaia composta da barbari in lotta contro la civiltà, una classe operaia senza alleati, la critica alla neutralità della scienza fatta da Panzieri, l'analisi del capitalismo come pianificazione e non come anarchia di interessi...etc.etc.

Su questa base, il primo Negri sviluppa negli anni '70, fino al suo arresto, tutta la sua teorizzazione della autonomia operaia, quella dei “libri del rogo” (Feltrinelli editore che se li vendette alla polizia) da “Dominio e sabotaggio” alle “Trentatré tesi su Lenin”, fino ad arrivare all'operaio sociale, che è il primo momento nel quale Negri intuisce l'avvento della fase post-fordista del capitalismo. In carcere e poi in esilio in Francia, Negri comincia ad approfondire tematiche più filosofiche e farà la sua ibridazione del marxismo con il pensiero di Foucault, Deleuze e Guattari, Spinoza letto da Deleuze. Questo incrocio è davvero originale e ancora oggi viene osteggiato da tutte le altre correnti marxiste. La lettura dei Grundrisse che Negri fa in “Marx oltre Marx”, con l'idea del superamento della teoria del valore, risente appunto delle influenze francesi.

La terza stagione negriana è quella del ritorno in Italia e del successo mondiale di “Impero”, scritto con Micheal Hardt, testo che viene adottato come manifesto da parte del movimento no global. Si è scritto molto su questo testo, che all'epoca mi piacque molto. Oggi posso dire che la parte più interessante è quella filosofica di ispirazione spinoziana, mentre le teorie sul declino dello Stato erano molto forzate e soprattutto Negri conservava, sia pure nel suo originale slang eretico, una persistente adesione all'ortodossia economicista di Marx, secondo la quale un soggetto (non più la classe operaia, ma le “moltitudini”) interno allo sviluppo del capitalismo avrebbe condotto immediatamente (termine molto negriano) all'avvento del comunismo, una volta crollato l'involucro di dominio che nega questa realizzazione.

Praticamente Negri struttura la sua tesi delle moltitudini in conseguenza allo sviluppo dell'operaio sociale: nel capitalismo post-fordista e immateriale le moltitudini sono il soggetto rivoluzionario perché costruiscono la cooperazione, che è la base del superamento del capitalismo. Su questo punto specifico, devo dare ragione a Costanzo Preve quando rilevava che non esiste questo passaggio meccanico perché nella forma egemone dell'azienda capitalista (come avrebbe detto Bordiga) non c'è nessuno spazio per la cooperazione. Tanto più che la classe operaia fordista si era già dimostrata storicamente non essere una classe capace di superare il capitalismo, smentendo così Karl Marx.

Nella sua trilogia composta da “Impero”, “Moltitudine” e “Comune”, Negri afferma di non essere anarchico ma comunista perché ha fiducia nella forza della cooperazione di questa nuova classe operaia, una cooperazione che è immanente ai rapporti e alla forma di produzione odierna. Preve apostrofava l'autonomia operaia come la manifestazione italiana dell'anarchismo (credendo così di farle torto): qui invece Negri riprende secondo me una tradizione che è la parte meno attuale del marxismo, ovvero quel meccanicismo economicista che è mezzo messianico e mezzo scientifico. Il pensatore che ha fatto incontrare Marx con Nietzsche, alla fine mi sembra che recuperi proprio l'esatto opposto, cioè lo spettro di Hegel.

In conclusione, Negri ha avuto il grande merito di svecchiare una dottrina, quale quella marxista, che è sempre stata un gigante dai piedi di argilla, perché si basa su presupposti scientifici che non lo sono. In sostanza, è stato un fatto positivo che diverse generazioni di militanti comunistә abbiano conosciuto grazie a lui filosofi come Foucault, Deleuze e Guattari. Questo, come dicevo sopra, è stato possibile perché l'operaismo italiano di Panzieri e soci è stato l'ultimo disperato tentativo di salvare il marxismo. Negri si è preso il compito di attualizzare l'operaismo dopo la fine del fordismo, e così dopo il crollo del Muro di Berlino ha potuto presentare una forma di marxismo non coinvolto nel fallimento del socialismo reale che non fosse povero di idee come i trotzkismi di vario genere e il marxismo anglosassone che era rimasto fermo agli anni '60.

Oggi, come dicevo all’inizio del ragionamento sull’eclettismo, il marxismo è costretto a vivere un suo riflusso nella sua fondazione hegeliana, dialettica e conservatrice. Portabandiera di questa tendenza è Costanzo Preve, il filosofo che ha posto le basi di un avvicinamento della teoria marxista con quella della nuova destra di De Benoist. Oggi le teorie di Preve, come del suo allievo Diego Fusaro, sono il caposaldo del movimento rossobruno, quella peste politica che unisce pensiero tradizionalista, idealismo fichtiano, anticapitalismo fondato sulla geopolitica. Un eclettismo speculare e opposto a quello che prospettava Negri, sicuramente più deleterio per le libertà politiche.

In conclusione, oggi l’eclettismo è l’unica forma possibile di ricombinazione teorica, finite le grandi narrazioni e la presunzione di governare con la repressione tutte le scuole di pensiero possibili e le loro mille ramificazioni.

 
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