Eclettismo
(raro ecclettismo) s. m. [der. di eclettico]. – 1. Atteggiamento di pensiero che sceglie e accetta dai varî sistemi filosofici alcune dottrine, e le coordina armonicamente; anche, la scuola filosofica che segue il metodo eclettico. 2. Nelle arti figurative, la tendenza a ispirarsi a fonti diverse, accogliendo da ciascuna gli elementi ritenuti migliori (il termine fu dapprima usato per definire la pittura dei Carracci, il cui ideale era rappresentato dalla fusione armonica del disegno di Raffaello, del colore veneto, del chiaroscuro del Correggio). E. architettonico, con preciso riferimento all’architettura della seconda metà del sec. 19°, la combinazione nello stesso edificio di elementi tratti da varî stili storici. 3. Con uso estens., l’atteggiamento o il comportamento di chi, in qualsiasi campo di attività, o in aspetti della vita culturale o anche della vita quotidiana, non segue rigorosamente un indirizzo o metodo singolo, ma fonde indirizzi e metodi diversi. (Enciclopedia Treccani)
Nel pensiero marxista l’epiteto di eclettismo ha sempre configurato l’antitesi di quella che sarebbe dovuta essere una concezione corretta, dialettica, della realtà. Il marxismo si sviluppa infatti in una temperie culturale che unisce lo scientismo positivista all’utilizzo del pensiero hegeliano di dialettica e di processo del pensiero-realtà di tesi, antitesi e sintesi, nonché di risoluzione del finito nell’infinito ed altre speculazioni teologiche. Ancorati a questi capisaldi, i grandi teorici marxisti del novecento declinano le assi marxiane (lotta di classe, materialismo storico, teoria del valore lavoro etc) dentro il concetto di totalità. Il concetto di totalità nasce dall’unione di una filosofia fondata dalle intuizioni hegeliane e riversata sulle teorie economicistiche estreme per cui un modo di produzione determinava in ultima istanza i comportamenti della sovrastruttura, della cultura, della ideologia degli esseri umani.
Questo mondo nel quale si affrontavano nella lotta di classe i grandi soggetti storici, andava considerato nel suo insieme, un insieme che si muoveva con le sue leggi naturali di sviluppo lineare e progressivo, del guscio dei mezzi di produzione che si sarebbe schiuso quando sarebbero emerse le nuove vincenti forze produttive, realizzando così il socialismo, appunto, “scientifico”. Fuori da tutto questo congegno mentale non poteva esserci nulla, per cui tutto uno sviluppo parziale e fondato su altri presupposti, in qualunque campo della produzione intellettuale, poteva essere bollato di inadeguatezza rispetto alle sacre fonti testuali di Karl Marx e Friederich Engels e loro epigoni.
Un abbozzo di concatenamento di più teorie deviazionistiche veniva dunque bollato come eclettismo. Un mix di fonti apocrife, incapace e impossibilitato a leggere la realtà e dunque a trasformarla. Al di fuori della Totalità non c’è realtà, al di fuori della chiesa nessuna salvezza. Quando la filosofia moderna comincia a mettere in discussione i sofismi hegeliani della dialettica, con il martello di Nietzsche, raccolto da Foucault e Deleuze, assistiamo alla prima vera grande crisi del marxismo, che cerca di rinnovarsi attraverso il concatenamento con altre teorie, siano il neo-kantismo oppure lo strutturalismo, fino ad altri audaci innesti.
Oggi, invece, quando la riscoperta di alcune intuizioni di Marx viene trattata come un miracolo e spacciata come un principio prezioso per ricostruire una teoria marxista adeguata ai tempi contemporanei, in assenza di teorie forti a cui appoggiarsi (siamo pur sempre nel periodo post-tutto per qualche motivo inerente alla realtà e non alla debolezza intrinseca dei filosofi) allora eccoci che rispunta il marxismo classico, quello delle fonti hegeliane, pronto a bollare come eclettismo qualsiasi altra coraggiosa sistemazione teorica.
Toni Negri ha compiuto l’ultimo tentativo di rinnovamento della teoria marxista. Negri è stato uno dei marxisti italiani più brillanti ed eterodossi del Novecento e questo è stato possibile perché ha iniziato il suo percorso intellettuale e politico nel primo operaismo, quello di Raniero Panzieri e Mario Tronti. In due righe sintetizzare cosa sia stato l'operaismo italiano degli anni '60 è impossibile, però se lo devo mettere qui come slogan posso ricordare l'articolo “Lenin in Inghilterra” di Tronti, per cui le lotte operaie sarebbero dovute essere più efficaci nel punto più alto di sviluppo del capitalismo, l'apertura nietzschiana della classe operaia composta da barbari in lotta contro la civiltà, una classe operaia senza alleati, la critica alla neutralità della scienza fatta da Panzieri, l'analisi del capitalismo come pianificazione e non come anarchia di interessi...etc.etc.
Su questa base, il primo Negri sviluppa negli anni '70, fino al suo arresto, tutta la sua teorizzazione della autonomia operaia, quella dei “libri del rogo” (Feltrinelli editore che se li vendette alla polizia) da “Dominio e sabotaggio” alle “Trentatré tesi su Lenin”, fino ad arrivare all'operaio sociale, che è il primo momento nel quale Negri intuisce l'avvento della fase post-fordista del capitalismo. In carcere e poi in esilio in Francia, Negri comincia ad approfondire tematiche più filosofiche e farà la sua ibridazione del marxismo con il pensiero di Foucault, Deleuze e Guattari, Spinoza letto da Deleuze. Questo incrocio è davvero originale e ancora oggi viene osteggiato da tutte le altre correnti marxiste. La lettura dei Grundrisse che Negri fa in “Marx oltre Marx”, con l'idea del superamento della teoria del valore, risente appunto delle influenze francesi.
La terza stagione negriana è quella del ritorno in Italia e del successo mondiale di “Impero”, scritto con Micheal Hardt, testo che viene adottato come manifesto da parte del movimento no global. Si è scritto molto su questo testo, che all'epoca mi piacque molto. Oggi posso dire che la parte più interessante è quella filosofica di ispirazione spinoziana, mentre le teorie sul declino dello Stato erano molto forzate e soprattutto Negri conservava, sia pure nel suo originale slang eretico, una persistente adesione all'ortodossia economicista di Marx, secondo la quale un soggetto (non più la classe operaia, ma le “moltitudini”) interno allo sviluppo del capitalismo avrebbe condotto immediatamente (termine molto negriano) all'avvento del comunismo, una volta crollato l'involucro di dominio che nega questa realizzazione.
Praticamente Negri struttura la sua tesi delle moltitudini in conseguenza allo sviluppo dell'operaio sociale: nel capitalismo post-fordista e immateriale le moltitudini sono il soggetto rivoluzionario perché costruiscono la cooperazione, che è la base del superamento del capitalismo. Su questo punto specifico, devo dare ragione a Costanzo Preve quando rilevava che non esiste questo passaggio meccanico perché nella forma egemone dell'azienda capitalista (come avrebbe detto Bordiga) non c'è nessuno spazio per la cooperazione. Tanto più che la classe operaia fordista si era già dimostrata storicamente non essere una classe capace di superare il capitalismo, smentendo così Karl Marx.
Nella sua trilogia composta da “Impero”, “Moltitudine” e “Comune”, Negri afferma di non essere anarchico ma comunista perché ha fiducia nella forza della cooperazione di questa nuova classe operaia, una cooperazione che è immanente ai rapporti e alla forma di produzione odierna. Preve apostrofava l'autonomia operaia come la manifestazione italiana dell'anarchismo (credendo così di farle torto): qui invece Negri riprende secondo me una tradizione che è la parte meno attuale del marxismo, ovvero quel meccanicismo economicista che è mezzo messianico e mezzo scientifico. Il pensatore che ha fatto incontrare Marx con Nietzsche, alla fine mi sembra che recuperi proprio l'esatto opposto, cioè lo spettro di Hegel.
In conclusione, Negri ha avuto il grande merito di svecchiare una dottrina, quale quella marxista, che è sempre stata un gigante dai piedi di argilla, perché si basa su presupposti scientifici che non lo sono. In sostanza, è stato un fatto positivo che diverse generazioni di militanti comunistә abbiano conosciuto grazie a lui filosofi come Foucault, Deleuze e Guattari. Questo, come dicevo sopra, è stato possibile perché l'operaismo italiano di Panzieri e soci è stato l'ultimo disperato tentativo di salvare il marxismo. Negri si è preso il compito di attualizzare l'operaismo dopo la fine del fordismo, e così dopo il crollo del Muro di Berlino ha potuto presentare una forma di marxismo non coinvolto nel fallimento del socialismo reale che non fosse povero di idee come i trotzkismi di vario genere e il marxismo anglosassone che era rimasto fermo agli anni '60.
Oggi, come dicevo all’inizio del ragionamento sull’eclettismo, il marxismo è costretto a vivere un suo riflusso nella sua fondazione hegeliana, dialettica e conservatrice. Portabandiera di questa tendenza è Costanzo Preve, il filosofo che ha posto le basi di un avvicinamento della teoria marxista con quella della nuova destra di De Benoist. Oggi le teorie di Preve, come del suo allievo Diego Fusaro, sono il caposaldo del movimento rossobruno, quella peste politica che unisce pensiero tradizionalista, idealismo fichtiano, anticapitalismo fondato sulla geopolitica. Un eclettismo speculare e opposto a quello che prospettava Negri, sicuramente più deleterio per le libertà politiche.
In conclusione, oggi l’eclettismo è l’unica forma possibile di ricombinazione teorica, finite le grandi narrazioni e la presunzione di governare con la repressione tutte le scuole di pensiero possibili e le loro mille ramificazioni.